In mancanza di interventi fiscali nel 2012 per ogni dipendente 1,4 sarà inattivo
Il rapporto del Cerm alla vigilia della riforma: aumenta il divario tra Mezzogiorno e Nord
Da Il Sole 24 Ore del 19 Novembre 2008
"Che il federalismo, da solo, possa bastare a colmare il divario occupazionale tra il Nord e il Sud è un'illusione: mantenendo i livelli di produttività attuali, nel Mezzogiorno, tra 4 anni, per ogni persona occupata ce ne sarà 1,4 fuori dal mercato del lavoro (comprendendo sia gli inoccupati, sotto i 15 e sopra i 65 anni, e i disoccupati). Per questo occorrerà introdurre al Sud misure come la fiscalità di vantaggio e la possibilità di differenziare il costo della manodopera. A questa conclusione arriva lo studio realizzato dal Cerm, il centro studi nazionale specializzato nelle tematiche relative alla competitività e alla regolamentazione dei mercati.
«Il federalismo è una misura ormai inevitabile, oltre che auspicabile - dice Fabio Pammolli, direttore del Cerm - Gli squilibri fiscali tra le due parti del Paese devono essere superati anche per ricomporre le tensioni sociali tra le due parti del Paese. Ma la semplice operazione di mantenere all'interno dei territorio di origine la fiscalità prodotta, compensandola eventualmente con interventi nazionali - prosegue Pammolli - non è sufficiente a garantire lo sviluppo del Sud nei prossimi anni."
A dare il senso della dinamica socio-economica nel Meridione è il cosiddetto indice di dipendenza strutturale, che in questo caso rappresenta un vero e proprio numero di rottura, un parametro capace da solo di fotografare la distanza crescente tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, e persino tra il Mezzogiorno e l'Europa. Nel Sud d'Italia, tra 4 anni, questo indice sarà pari al 140% (appunto 1,4 persone inoccupate per ogni occupato), ben lontano dall'80 e il 90% delle altre aree geografiche italiane e non.
Se anche il Paese nel suo complesso realizzasse gli ambiziosi obiettivi occupazionali di "Lisbona-Stoccolma", ma rimanesse inalterata la produttività, la divaricazione degli indici sarebbe più contenuta ma comunque evidente: il 110% del Mezzogiorno si porrebbe tra i 13 e i 20 punti percentuali al di sopra delle altre regioni italiane.
Il divario tra Sud e Nord d'Italia rappresenta un unicum in Europa, come spiega Pammolli. «L'Italia è un caso storico a sé, caratterizzato da una forte integrazione culturale, sociale, religiosa ma da un profondo divario economico e occupazionale. Ci sono aree - afferma Pammolli - come il Sud della Spagna, del Portogallo, della Grecia e della Repubblica Ceca a cui il nostro Mezzogiorno può essere paragonato, ma che a differenza del nostro Mezzogiorno hanno saputo sviluppare nel tempo un più alto Pil pro capite e una maggiore capacità di creare posti di lavoro».
Insomma, alla vigilia della riforma federalista, il Cerm spiega che nè la differenziazione della fiscalità nè la perequazione nazionale saranno la panacea di tutti i problemi. Anzi, c'è pure il rischio che i fondi perequativi - una sorta di redistribuzione nazionale di una parte dei tributi, pensata per garantire su tutto il territorio nazionale gli stessi standard nella sanità, nell'istruzione e nell'assistenza - rallentino il processo di valorizzazione delle risorse regionali. E questo perché, senza crescita nel Meridione, la compensazione finanziaria operata a livello centrale rischia di avere bisogno di continue iniezioni di denaro da parte delle regioni più ricche, tradendo così il significato originario del federalismo. Sostanzialmente, l'eccessiva sproporzione al Sud tra le persone attive, in grado di generare ricchezza, e quelle inattive, ma che però esprimono domanda di consumo e prestazioni sociali, potrebbe essere un freno per il federalismo stesso su tutto il territorio nazionale.
Per il Cerm la soluzione sta quindi nella crescita economica del Sud. Crescita che può avvenire introducendo una fiscalità di vantaggio e un differente costo del lavoro. "La chiave è riuscire ad attrarre investimenti, il federalismo non basta - conclude Pammolli - Ma è difficile pensare che l'omogeneità salariale e fiscale possa aiutare ad attirare imprenditori e capitali". Il primo obiettivo per lo sviluppo del Sud dovrebbe quindi essere un miglior funzionamento dei mercati, vero motore per l'occupazione e la produttività, capace di incidere anche sulle dotazioni infrastrutturali, sulla qualità della Pubblica amministrazione e dei servizi pubblici locali.
L’articolo è molto chiaro.
Soprattutto la fiscalità di vantaggio sarà la chiave giusta per riuscire ad attrarre investimenti, in particolar modo dall’estero.
Il rapporto del Cerm alla vigilia della riforma: aumenta il divario tra Mezzogiorno e Nord
Da Il Sole 24 Ore del 19 Novembre 2008
"Che il federalismo, da solo, possa bastare a colmare il divario occupazionale tra il Nord e il Sud è un'illusione: mantenendo i livelli di produttività attuali, nel Mezzogiorno, tra 4 anni, per ogni persona occupata ce ne sarà 1,4 fuori dal mercato del lavoro (comprendendo sia gli inoccupati, sotto i 15 e sopra i 65 anni, e i disoccupati). Per questo occorrerà introdurre al Sud misure come la fiscalità di vantaggio e la possibilità di differenziare il costo della manodopera. A questa conclusione arriva lo studio realizzato dal Cerm, il centro studi nazionale specializzato nelle tematiche relative alla competitività e alla regolamentazione dei mercati.
«Il federalismo è una misura ormai inevitabile, oltre che auspicabile - dice Fabio Pammolli, direttore del Cerm - Gli squilibri fiscali tra le due parti del Paese devono essere superati anche per ricomporre le tensioni sociali tra le due parti del Paese. Ma la semplice operazione di mantenere all'interno dei territorio di origine la fiscalità prodotta, compensandola eventualmente con interventi nazionali - prosegue Pammolli - non è sufficiente a garantire lo sviluppo del Sud nei prossimi anni."
A dare il senso della dinamica socio-economica nel Meridione è il cosiddetto indice di dipendenza strutturale, che in questo caso rappresenta un vero e proprio numero di rottura, un parametro capace da solo di fotografare la distanza crescente tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, e persino tra il Mezzogiorno e l'Europa. Nel Sud d'Italia, tra 4 anni, questo indice sarà pari al 140% (appunto 1,4 persone inoccupate per ogni occupato), ben lontano dall'80 e il 90% delle altre aree geografiche italiane e non.
Se anche il Paese nel suo complesso realizzasse gli ambiziosi obiettivi occupazionali di "Lisbona-Stoccolma", ma rimanesse inalterata la produttività, la divaricazione degli indici sarebbe più contenuta ma comunque evidente: il 110% del Mezzogiorno si porrebbe tra i 13 e i 20 punti percentuali al di sopra delle altre regioni italiane.
Il divario tra Sud e Nord d'Italia rappresenta un unicum in Europa, come spiega Pammolli. «L'Italia è un caso storico a sé, caratterizzato da una forte integrazione culturale, sociale, religiosa ma da un profondo divario economico e occupazionale. Ci sono aree - afferma Pammolli - come il Sud della Spagna, del Portogallo, della Grecia e della Repubblica Ceca a cui il nostro Mezzogiorno può essere paragonato, ma che a differenza del nostro Mezzogiorno hanno saputo sviluppare nel tempo un più alto Pil pro capite e una maggiore capacità di creare posti di lavoro».
Insomma, alla vigilia della riforma federalista, il Cerm spiega che nè la differenziazione della fiscalità nè la perequazione nazionale saranno la panacea di tutti i problemi. Anzi, c'è pure il rischio che i fondi perequativi - una sorta di redistribuzione nazionale di una parte dei tributi, pensata per garantire su tutto il territorio nazionale gli stessi standard nella sanità, nell'istruzione e nell'assistenza - rallentino il processo di valorizzazione delle risorse regionali. E questo perché, senza crescita nel Meridione, la compensazione finanziaria operata a livello centrale rischia di avere bisogno di continue iniezioni di denaro da parte delle regioni più ricche, tradendo così il significato originario del federalismo. Sostanzialmente, l'eccessiva sproporzione al Sud tra le persone attive, in grado di generare ricchezza, e quelle inattive, ma che però esprimono domanda di consumo e prestazioni sociali, potrebbe essere un freno per il federalismo stesso su tutto il territorio nazionale.
Per il Cerm la soluzione sta quindi nella crescita economica del Sud. Crescita che può avvenire introducendo una fiscalità di vantaggio e un differente costo del lavoro. "La chiave è riuscire ad attrarre investimenti, il federalismo non basta - conclude Pammolli - Ma è difficile pensare che l'omogeneità salariale e fiscale possa aiutare ad attirare imprenditori e capitali". Il primo obiettivo per lo sviluppo del Sud dovrebbe quindi essere un miglior funzionamento dei mercati, vero motore per l'occupazione e la produttività, capace di incidere anche sulle dotazioni infrastrutturali, sulla qualità della Pubblica amministrazione e dei servizi pubblici locali.
L’articolo è molto chiaro.
Soprattutto la fiscalità di vantaggio sarà la chiave giusta per riuscire ad attrarre investimenti, in particolar modo dall’estero.
Luca Longo
Vicepresidente nazionale Comitati Due Sicilie

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