giovedì 27 novembre 2008

AL SUD FEDERALISMO SENZA OCCUPATI

In mancanza di interventi fiscali nel 2012 per ogni dipendente 1,4 sarà inattivo
Il rapporto del Cerm alla vigilia della riforma: aumenta il divario tra Mezzogiorno e Nord


Da Il Sole 24 Ore del 19 Novembre 2008

"Che il federalismo, da solo, possa bastare a colmare il diva­rio occupazionale tra il Nord e il Sud è un'illusione: mantenendo i livelli di produttività attuali, nel Mezzogiorno, tra 4 anni, per ogni persona occupata ce ne sa­rà 1,4 fuori dal mercato del lavo­ro (comprendendo sia gli inoc­cupati, sotto i 15 e sopra i 65 anni, e i disoccupati). Per questo oc­correrà introdurre al Sud misu­re come la fiscalità di vantaggio e la possibilità di differenziare il costo della manodopera. A que­sta conclusione arriva lo studio realizzato dal Cerm, il centro studi nazionale specializzato nelle tematiche relative alla competitività e alla regolamen­tazione dei mercati.
«Il federalismo è una misura ormai inevitabile, oltre che au­spicabile - dice Fabio Pammolli, direttore del Cerm - Gli squili­bri fiscali tra le due parti del Pae­se devono essere superati an­che per ricomporre le tensioni sociali tra le due parti del Paese. Ma la semplice operazione di mantenere all'interno dei terri­torio di origine la fiscalità pro­dotta, compensandola eventual­mente con interventi nazionali - ­prosegue Pammolli - non è suffi­ciente a garantire lo sviluppo del Sud nei prossimi anni."
A dare il senso della dinami­ca socio-economica nel Meri­dione è il cosiddetto indice di di­pendenza strutturale, che in questo caso rappresenta un ve­ro e proprio numero di rottura, un parametro capace da solo di fotografare la distanza crescen­te tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, e persino tra il Mez­zogiorno e l'Europa. Nel Sud d'Italia, tra 4 anni, questo indi­ce sarà pari al 140% (appunto 1,4 persone inoccupate per ogni oc­cupato), ben lontano dall'80 e il 90% delle altre aree geografi­che italiane e non.
Se anche il Paese nel suo com­plesso realizzasse gli ambiziosi obiettivi occupazionali di "Li­sbona-Stoccolma", ma rimanes­se inalterata la produttività, la di­varicazione degli indici sarebbe più contenuta ma comunque evidente: il 110% del Mezzogior­no si porrebbe tra i 13 e i 20 punti percentuali al di sopra delle al­tre regioni italiane.
Il divario tra Sud e Nord d'Ita­lia rappresenta un unicum in Europa, come spiega Pammolli. «L'Italia è un caso storico a sé, caratterizzato da una forte inte­grazione culturale, sociale, reli­giosa ma da un profondo diva­rio economico e occupaziona­le. Ci sono aree - afferma Pam­molli - come il Sud della Spagna, del Portogallo, della Grecia e della Repubblica Ceca a cui il nostro Mezzogiorno può essere paragonato, ma che a dif­ferenza del nostro Mezzogior­no hanno saputo sviluppare nel tempo un più alto Pil pro capite e una maggiore capacità di crea­re posti di lavoro».
Insomma, alla vigilia della ri­forma federalista, il Cerm spie­ga che nè la differenziazione della fiscalità nè la perequazio­ne nazionale saranno la pana­cea di tutti i problemi. Anzi, c'è pure il rischio che i fondi perequativi - una sorta di redistribu­zione nazionale di una parte dei tributi, pensata per garantire su tutto il territorio nazionale gli stessi standard nella sanità, nell'istruzione e nell'assistenza - rallentino il processo di valo­rizzazione delle risorse regiona­li. E questo perché, senza cresci­ta nel Meridione, la compensa­zione finanziaria operata a livel­lo centrale rischia di avere biso­gno di continue iniezioni di de­naro da parte delle regioni più ricche, tradendo così il signifi­cato originario del federalismo. Sostanzialmente, l'eccessiva sproporzione al Sud tra le perso­ne attive, in grado di generare ricchezza, e quelle inattive, ma che però esprimono domanda di consumo e prestazioni socia­li, potrebbe essere un freno per il federalismo stesso su tutto il territorio nazionale.
Per il Cerm la soluzione sta quindi nella crescita economica del Sud. Crescita che può avve­nire introducendo una fiscalità di vantaggio e un differente co­sto del lavoro. "La chiave è riu­scire ad attrarre investimenti, il federalismo non basta - conclu­de Pammolli - Ma è difficile pe­nsare che l'omogeneità salariale e fiscale possa aiutare ad attira­re imprenditori e capitali". Il pri­mo obiettivo per lo sviluppo del Sud dovrebbe quindi essere un miglior funzionamento dei mer­cati, vero motore per l'occupa­zione e la produttività, capace di incidere anche sulle dotazio­ni infrastrutturali, sulla qualità della Pubblica amministrazione e dei servizi pubblici locali.

L’articolo è molto chiaro.
Soprattutto la fiscalità di vantaggio sarà la chiave giusta per riuscire ad attrarre investimenti, in particolar modo dall’estero.

Luca Longo

Vicepresidente nazionale Comitati Due Sicilie

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